La Cassazione conferma la configurabilità del reato di estorsione quando il datore di lavoro utilizza la minaccia della perdita dell’occupazione per costringere il lavoratore ad accettare condizioni peggiorative e non dovute.

Con la sentenza n. 11253/2026, la Corte di Cassazione affronta il delicato confine tra sfruttamento del lavoro ed estorsione, chiarendo che la minaccia di licenziamento utilizzata per imporre condizioni lavorative illegittime può integrare il reato di estorsione previsto dall’articolo 629 del Codice penale.
Il caso riguardava una società che aveva costretto alcuni lavoratori ad accettare condizioni economiche e contrattuali peggiorative rispetto a quelle dovute, prospettando in caso contrario la perdita del posto di lavoro. Le Corti di merito avevano già ritenuto configurabile il concorso nel reato di estorsione, individuando nella minaccia occupazionale uno strumento coercitivo idoneo a procurare un ingiusto profitto al datore di lavoro.
Davanti alla Cassazione, la difesa aveva sostenuto che la vicenda dovesse essere ricondotta esclusivamente all’ipotesi di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro prevista dall’articolo 603-bis c.p., escludendo la sussistenza dell’estorsione.
La Suprema Corte respinge questa impostazione e ribadisce che, anche nell’ambito dei rapporti di lavoro, il reato di estorsione sussiste quando il lavoratore venga costretto mediante minaccia ad accettare condizioni deteriori rispetto ai propri diritti. Secondo i giudici, il profitto ingiusto deriva proprio dall’abuso della posizione di forza del datore di lavoro e dalla compressione della libertà contrattuale del dipendente.
La pronuncia assume particolare rilievo nel panorama del diritto penale del lavoro perché rafforza la tutela dei lavoratori contro pratiche coercitive e abusive, evidenziando come la minaccia occupazionale possa assumere rilevanza penale autonoma rispetto alle fattispecie di sfruttamento lavorativo.
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